Alienat di Natascia Abbattista
a cura di Francesco Paolo Del Re
Opening 16 Maggio ore 18.30
La bambina Natascia Abbattista è cresciuta. Lo dimostra con la coerenza di un percorso di ricerca multimediale e sfaccettato, tanto scomodo e disarticolato nell’andatura quanto efficace negli esiti progressivamente raggiunti. A partire da una condizione di disordine e di confusione identitaria, la sua arte si manifesta oggi in un modo tanto refrattario al calore del sistema che ti plasma a suo piacimento, quanto temprato e fatto cristallino – per contrasto – proprio dall’incertezza, dall’incoerenza, dall’incostanza, dalla disaffezione e dal disamore, fattori combustibili che si accendono tutti insieme in una vampa di ardore smisurato. E, così come Natascia è cresciuta, è cresciuto anche l’alieno dentro di lei. Quel coacervo di struggenti contraddizioni, di generosità e autodistruzione, di sperpero e splendore, di furore e nostalgia, di languore e maledizione, di tragedia e grottesco: un sentimento punk giullaresco che da sempre caratterizza il suo fare artistico, sin dai tempi dell’accademia, e non lo abbandona.
Alienat: il troncamento della vocale finale della parola (in un gioco di prestigio che cita il nome dell’artista dentro il titolo della mostra) dà voce allo smarrimento e a una fretta, una brevità del dire, forse una sciatteria, un refuso, un inciampo, uno starnuto, uno squilibrio, la non definizione di un genere, un non finito. In questa possibilità di apertura, ad accogliere i visitatori nello spazio della galleria è subito un equivoco, un diversivo, una tattica per distogliere l’attenzione: l’invito a giocare a freccette con l’immagine dell’artista bambina presa dalle fotografie scattate nel giorno del suo battesimo. E tu che giochi non ti accorgi che sei già nella mostra, dentro il suo meccanismo, parte attiva del dispositivo di una fruizione più complessa della semplice visione. L’alieno si attarda a sbirciare sulla soglia di una stanza di bambini ormai adulti e sperduti, nel vagheggiamento di una tenerezza materna, ma la tentazione autobiografica dura un attimo e la rincorsa dell’infanzia che accoltella viene subito superata, perché nella favola di Abbatista il gioco diventa spavento e lo sberleffo fa venire il capogiro. Hit the target (2025), installazione fotografica che vede il pubblico protagonista, ti invita a prendere la mira in una guerra – attualissima – che punta contro l’opera d’arte e la colpisce. Demolendola nello stesso modo e con gli stessi gesti che la mettono in gioco e la vivificano, in una dinamica che è al contempo di partecipazione e di distruzione.
In questa occasione di alieni, di alienazioni e di alienati, confluiscono l’ossimoro dell’infanzia, l’agrodolce della nostalgia, l’innocenza perduta e il tema, più grande e autocritico, del valore dell’opera d’arte e del valore dell’arte in generale, del fare artistico, dell’arte come lavoro. La condizione marxiana di alienazione del lavoro si trasforma, nella pratica di Natascia Abbattista, nel tentativo di una collezione di volti di Alienat, nell’opera che dà il titolo all’intera mostra. Quasi settecento ritratti realizzati tra il 2025 e il 2026 vanno a comporre una grande installazione pittorica che occupa per intero la “pancia” della galleria. Se le fotografie-bersaglio di Hit the target potrebbero ricordare le sagome e un certo repertorio visivo antiquato propri di Cristiano De Gaetano (un artista al quale Abbattista è stata ed è molto legata), la quadreria di alienati che dispone in file ordinate non può non fare venire in mente certe visioni di Christian Boltanski o Marlene Dumas, ma anche un campionario lombrosiano utile a ricercare un vizio, un tipo, un accento, una peculiarità, qualcosa che dia un indizio, che offra un pretesto, che conduca a una conclusione. Il corpo della mostra è una festa distopica di sconosciuti stipati nello stesso spazio senza uno scopo. Da una originaria seduzione per l’identikit criminale, Abbattista si sposta verso un’indagine sociale che scandaglia l’alterità nella sua vulnerabilità. Mostri o alieni, in fondo ugualmente bambini, sono al centro del suo interesse. Volti di persone scomparse, volti della cronaca, facce amiche, immagini casuali, immagini persistenti saccheggiate da repertori disparati: nella loro sfacciata incomunicabilità, queste presenze parlanti chiedono udienza nel tribunale della mostra con tutto il carico della loro malinconia che le fa apparire così parossistiche o anonime. All’artista importa principalmente l’esercizio di un segno anti-realistico, anti-naturalistico. L’ossessione, la ripetizione, l’enunciato modulare e seriale hanno la cadenza e i ritmi alienati dell’esperienza delle reti sociali digitali e delle app di incontri.
Diverso nel mezzo ma analogo nell’ispirazione, è il catalogo di soggettività senza volto presentato nella videoinstallazione Nuche del 2026: ritratti al contrario, identiche solitudini, manifesti dell’abbandono che una musica incalzante riporta all’esperienza di una festa senza gioia, in quel teatro di maschere asfittiche che l’artista ha più volte evocato negli anni. Dicono qualcosa di inerme e disarmato, da colpire con furia cieca. Perché tutta la mostra mette in campo una violenza: agita o subita. Siamo ancora dentro la fucilazione di Goya.
Ricomponendo la frammentazione multilinguistica del suo percorso artistico, Natascia Abbattista si presenta al pubblico di questa mostra utilizzando i tre linguaggi che meglio finora hanno espresso le sue necessità comunicative: l’installazione, la pittura e il video. La porosità degli interventi si carica di un significato politico che lega l’insieme al di là delle singole opere. Siamo tutti target. Il muro di facce e la sequenza di nuche porta il conto dei morti dell’ennesima guerra. Ma, nonostante questa consapevolezza, non siamo stanchi di giocare, sferzati da una mesta ironia che ci costringe, nonostante tutto, alla danza impetuosa – o forse macabra – della vita.





